LA CRISI IN ITALIA (2)

 

Le dinamiche di settore

Il settore del credito ha vissuto per 10 anni una stagione eccezionale di profitti, approfittando di condizioni non più ripetibili. L’accordo quadro sul rinnovo contrattuale del 1999 ha portato ad una riduzione strutturale del costo del lavoro, che ha aperto la strada ad una ripresa degli utili in linea con la crescita del settore in Europa.Contemporaneamente è partito un processo di consolidamento che ha portato, soprattutto negli ultimi 3 anni, ad un forte concentrazione del settore, con le fusioni che hanno portato a formare tre grandi gruppi (Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps) e tre gruppi medi (Ubi Banca, Banco Popolare, Bnl), che insieme si spartiscono oltre il 70% del mercato italiano, mentre solo Unicredit e, in parte, Intesa Sanpaolo, hanno una caratterizzazione internazionale trans-frontaliera. Questo carattere domestico del sistema italiano l’ha in parte preservato dagli eccessi e dalla crescita a leva che ha invece segnato l’espansione del settore bancario europeo, minandone la capacità di resistere alla crisi in corso. Questo ha fatto sì che le banche italiane fossero un po’meno deboli di fronte alla crisi e, fatto salvo forse il caso Unicredit, possano gestire il miglioramento dei coefficienti patrimoniali in modo graduale, senza l’emergenza del fallimento imminente. Tuttavia esistono, anche nel caso italiano, elementi di debolezza strutturale del settore bancario, che sono ormai sotto gli occhidi tutti.– uno Stato che ha già il terzo debito pubblico più ampio del mondo e quindi non ha la capacità di supportomessa in campo, per fare un esempio, da Germania, Francia o Gran Bretagna;– una struttura produttiva domestica scarsamente competitiva, con bassi tassi di crescita e difficoltà di riposizionamento nella divisione internazionale del lavoro;– una caduta di fiducia da parte dei risparmiatori, frutto delle politiche commerciali aggressive e inadeguate degli anni trascorsi, che si sono tradotte in forti perdite patrimoniali per i clienti, elevato contenzioso e, nel migliore dei casi, portafogli ingessati su prodotti lunghi e poco efficienti;– una crisi strutturale del risparmio gestito, che ha rappresentato per anni una importante fonte di introiti, e che conosce un collasso verticale senza alcuna inversione di tendenza (unico caso in Europa);– una concorrenza sui mutui molto più ampia e quindi una riduzione dei margini, su volumi peraltro in forte contrazione;– una notevole riduzione degli spread1 sull’intermediazione tradizionale, per la presenza, da una parte, di elevate remunerazioni della liquidità con canali alternativi (conto arancio e i suoi fratelli), dall’altra di assegnazione di rating in base a Basilea 2 e quindi selezione del credito, con abbassamento dei margini.L’insieme di questi elementi porta a prevedere la necessità di una totale rivoluzione del modo di fare banca e soprattutto l’inevitabilità di una forte compressione dei profitti, che tenderanno del resto ad allinearsi al ritmo di sviluppo del resto del paese, che è da anni a crescita zero e che si trova ad affrontare una delle crisi più severe della sua storia. Il dimezzamento degli utili tra 2007 e 2008 è il primo segnale forte che salta all’occhio. Non è pensabile che tutto questo non abbia conseguenze sul modello contrattuale e sui contenuti della contrattazione. In estrema sintesi, possiamo affermare che il processo di consolidamento del settore è stato gestito con strumenti “morbidi” in quanto era collegato a forti risparmi di costo e all’impennata dei profitti. Il patto implicito era che nessuno si sarebbe fatto male: i risparmi sono stati usati per rimpinguare utili e dividendi, ma in parte hanno finanziato il fondo esuberi, che ha accompagnato fuori dal ciclo produttivo decine di migliaia di lavoratori esodati. In questo modo le banche hanno autofinanziato lo svecchiamento e la riduzione degli organici, senza pesare, se non in minima parte, sulle finanze pubbliche e sui bilanci dell’Inps.Adesso si tratta di capire se questo processo possa ancora essere gestito in questo modo. E’ vero che molto lavoro è già stato fatto, che gli organici sono inadeguati e insufficienti e che gli apprendisti e i precari assunti dopo il 2005 possono rappresentare un polmone occupazionale da usare in modo flessibile, da lasciare a casa quando l’emergenza lo richiedesse. Ma è difficile pensare che le aziende abbiano davvero interesse a disperdere il capitale umano già formato, che hanno contribuito a creare: un capitale umano che del resto costa poco, è giovane, flessibile, adatto a farsi “spremere”. E’ più probabile, e mi rendo conto che è una ipotesi forte, che le aziende tornino alla carica su tutta la struttura dei costi, vale a dire sull’insieme delle condizioni salariali e normative che tuttora tengono alta la struttura contrattuale della categoria e dei trattamenti aziendali. Se questa ipotesi venisse confermata, ci troveremmo nell’arco di poco tempo ad un nuovo giro di vite, con richieste aziendali di procedere a nuovi riassetti dell’area contrattuale, nuovi regimi d’orario, nuova struttura retributiva ed incremento della quota salariale variabile, non contrattata e legata ai risultati. Il “secondo tempo”, migliorativo, che alcune sigle sindacali vanno promettendo, dopo i necessari sacrifici insiti nelle fusioni, rischia così di rovesciarsi nel suo opposto: una nuova stagione di rinunce e di svendite di diritti acquisiti, per consentire alle banche di reggere di fronte alla crisi in arrivo.

 

NOTE:

1 In finanza, il termine spread può essere usato con diversi significati:Il bid-ask spread, o differenziale denaro-lettera, rappresenta la differenza tra il migliore prezzo di acquisto (bid) e il migliore prezzo di vendita (ask), in riferimento alle condizioni tecniche che facilitano l’incontro di domanda e offerta di attività finanziarie e la formazione dei prezzi; Il credit spread denota il differenziale tra il tasso di rendimento di un’obbligazione caratterizzata da rischio di default e quello di un titolo privo di rischio (ad es., un titolo di stato a breve termine, quale in Italia il BOT); Uno spread è inoltre un’operazione finanziaria che combina diverse attività finanziarie, tipicamente titoli derivati, al fine di ottenere un determinato valore a una data scadenza. Lo spread (oscillazione, scarto) è quello applicato dagli istituti di credito alle operazioni di prestito, fiduciario ipotecario: lo spread viene aggiunto al costo del denaro e la somma dei duedà il tasso nominale [ndr].

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