Pomigliano e dintorni

Si è, provvisoriamente, chiusa la vertenza alla Fiat di Pomigliano. L’ipotesi d’accordo, partorita da Marchionne, ha visto favorevoli Fim-Cisl e Uilm, contraria la Fiom, anche se Epifani premeva per l’accettazione. Il risultato del referendum tra i lavoratori ha visto un contenuto prevalere dei sì, contro un significativo e importante 36% di no di lavoratori che non hanno ceduto al ricatto.
Conosciamo ormai tutti i contenuti di questo accordo infame: Orari, turni, pause, ritmi, diritto di sciopero sono pesantemente attaccati, in totale deroga al contratto nazionale. C’è però da rimarcare la continuità dell’attacco padronale con i più recenti
provvedimenti legislativi e/o accordi fra “parti sociali” e che costituisce la chiave di lettura di questa vicenda. Si parte dall’accordo sul nuovo modello contrattuale del gennaio 2009 che smantellava in gran parte la contrattazione nazionale, prevedendo in sede locale e aziendale deroghe peggiorative al contratto nazionale di categoria, si passa per i provvedimenti antisciopero voluti da Sacconi (per adesso ristretti a settori del pubblico impiego, domani chissà…) e per il recente Collegato lavoro alla finanziaria 2009 che indebolisce ancora le facoltà contrattuali dei lavoratori e si arriva all’oggi, col terreno spianato dal governo, all’attacco finale, allo svuotamento
totale dell’istituto della contrattazione nazionale di categoria. Perché quello che fa la Fiat diventa modello ed esempio da seguire per tutti. Quale sarà l’azienda che non profitterà per imporre accordi vessatori e in deroga ai contratti? Che senso avrà parlare ancora di contratti?
Ma detto questo, possiamo anche sbilanciarci a prevedere i prossimi passi del fronte anti-lavoratori. Come non pensare che il prossimo obiettivo sia la stessa contrattazione collettiva di secondo livello? Le avvisaglie ci sono già da un pezzo, le leggi sulla precarietà e la flessibilità sono lì belle e pronte, le prove generali per i nuovi assunti sono già state fatte (vedi Collegato lavoro). A quando la semplice fine della contrattazione collettiva ad ogni livello? A quando ogni lavoratore solo di fronte al padrone?
Sicuramente precorriamo i tempi e pecchiamo di un po’ di catastrofismo, ma con quelli che oggi si propongono a difesa dei lavoratori (partiti di sinistra e sindacati confederali) c’è poco da stare allegri. Dei sindacati istituzionali si è già detto, in questa come in altre occasioni, Cisl e Uil (e la loro consorella Ugl) non hanno remore a firmare qualunque cosa gli si proponga, anzi lo fanno
con entusiasmo. Non sostanzialmente diverso il discorso per la Cgil che, dietro un atteggiamento di tiepida opposizione, non si
nega ad una stretta concertazione con le altre parti sociali (lo stesso recente sciopero generale del 25 giugno appariva, nelle intenzioni, come un’operazione di mera facciata). Parzialmente diverso l’atteggiamento della Fiom che comunque non sembra voler spingere la sua intransigenza fino alla rottura organizzativa con il resto della confederazione. Sul lato politico il PD, con il suo
codazzo di alleati, non fa mancare appoggio e sostegno alle richieste confindustriali; il resto dell’opposizione, quella “radicale”, è pulviscolo e nulla più.
Rimarrebbero, a tentar di catalizzare e organizzare l’opposizione dei lavoratori ai pesanti attacchi che quotidianamente subiscono, i sindacati alternativi, ricchi di buone intenzioni, ma penalizzati dalla loro frammentazione e da distinguo reciproci che spesso nemmeno i loro stessi iscritti comprendono. Può bastare? Evidentemente no, anche se lo sciopero generale del 25 proclamato da noi, Cub e SI Cobas ha avuto un buon riscontro tra i lavoratori e così le manifestazioni di piazza che ci sono state.
Non ci sono soluzioni semplici, né a portata di mano. A Pomigliano, come nel resto del paese, nelle mille situazioni di crisi e di attacco a salario e diritti, i lavoratori sono di fronte ad un aut-aut: o riprendere consapevolezza del proprio essere classe in contrapposizione inconciliabile al capitale, ai suoi apparati e ai suoi amici, o rimanere ancorati ad una difesa frammentata (e dunque debole, seppur necessaria) solamente dei propri interessi immediati.
Non ci sono scorciatoie, è necessaria una battaglia culturale – lunga e difficile – che riproponga come inalienabili i valori dell’unità, della solidarietà e dell’autonomia di classe. Una battaglia di idee e di fatti e realizzazioni. Una battaglia nella quale noi saremo, come siamo sempre stati, dalla parte degli sfruttati.

 

Segreteria nazionale USI-AIT

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