Perchè le crisi sorprendono sempre gli economisti?

Per l’ennesima volta, gli economisti (tranne poche eccezioni) non sono stati capaci di anticipare l’arrivo di una tempesta finanziaria, nella circostanza attuale quella derivante dallo scoppio della bolla immobiliare americana. Ma se un economista non è in grado di segnalarci l’arrivo di un uragano economico, cosa ci sta a fare? Un argomento così scottante è stato trattato, nelle scorse settimane, in un seminario tenuto presso la British Academy incentrato proprio sulla domanda “perché nessuno ha previsto la crisi?”.Non vi è dubbio che l’incapacità predittiva della scienza economica (e dei suoi professionisti) ne comprometta seriamente l’immagine e, in definitiva, la sua stessa credibilità. A cosa servono tutti quei professoroni (spesso antipatici, viste le arie che si danno) se non sono in grado di prevedere neanche crisi di questa entità? Fin dalle origini, all’inizio del XVIII secolo, si è voluto presentare lo studio dell’economia come una disciplina affine alle scienze naturali (fisica, biologia, etc.), perciò con una forte valenza previsionale. Sono ormai passati tre secoli, trecento anni di fallimenti in campo predittivo. Che vi sia qualcosa da rivedere? È di questa opinione Robert Skidelsky, autorevole biografo di Keynes. In un recente articolo, egli sostiene che le semplificazioni adottate per rendere utilizzabile la teoria neoclassica del mercato efficiente, in definitiva, hanno portato a creare nelle teste di tanti economisti un mondo virtuale, ben diverso da quello reale in cui tutti gli altri vivono. Responsabile di ciò è «una persistente inclinazione dell’economia a descrivere in modo idealizzato il comportamento umano»1. Tale idealizzazione sta alla base della costruzione e applicazione di modelli matematici che pretendono di simulare il comportamento degli operatori economici. Tuttavia l’introduzione di tale modellistica non sembra aver portato vantaggi alla disciplina economica. Anzi, la dissennata applicazione della matematica a schemi non in grado di cogliere aspetti centrali del funzionamento economico ha portato banchieri ed economisti a salutare (ed adottare), come novità apportatrici di efficienza e stabilità, alcune attività, tipico il caso delle cartolarizzazioni, che, invece, aumentavano il rischio di implosione del sistema (come purtroppo si è dolorosamente sperimentato dal vivo).
Va poi aggiunto come la teoria economica dominante abbia rappresentato anche un comodo alibi per giustificare “scientificamente” la straordinaria disparità di redditi che i rapporti di forza tra le classi sociali hanno creato nelle società occidentali nel corso degli ultimi decenni. Non va molto lontano dal vero chi ritiene che, nei fatti, una discreta parte degli economisti abbia operato come propagandista degli interessi dei ceti dominanti, plaudendo ad un sistema iniquo rivelatosi poi anche insostenibile.
Il professor Robert Skidelsky propone, seguendo il motto keynesiano «L’economia è una scienza morale, e non naturale», di cambiare il percorso formativo degli economisti associando alle materie economiche «la storia economica e politica, la storia del pensiero economico, la filosofia morale e politica e la sociologia.»2.Un richiamo di buon senso che ha anche il pregio di identificare la macroeconomia come un fattore determinante per l’arte di governo. Arte e non scienza. L’utilizzo di modelli semplificatori della realtà è un aspetto fondamentale in qualsiasi campo della ricerca, ma esso deve rappresentare uno stimolo per ragionare. Troppo spesso, invece, il principale pregio di molta della matematica usata dagli economisti è quello di evitare la noiosa attività di pensare. D’altra parte, come si è visto, i modelli matematici costruiti per le previsioni economiche funzionano bene proprio quando non servono, ossia nelle fasi del ciclo in cui non accade nulla di rilevante. Per fare un’analogia, sarebbe come se gli astronomi ogni sera ci comunicassero con enfasi che l’indomani il sole sorgerà ad Est, ma si facessero cogliere impreparati tutte le volte che si manifesta un’eclissi. Che opinione avremmo di siffatta astronomia?Apro una piccola parentesi per un argomento che ritengo strettamente collegato alla questione della (in)capacità previsionale degli economisti. Per decenni, molti libertari hanno vissuto un senso di inferiorità nei confronti del mondo marxista poiché quest’ultimo si fregiava di possedere una solida base di analisi economica. In realtà, come oggi appare sempre più chiaro, molti degli assiomi su cui è stato edificato il marxismo appartengono ad una disciplina (l’economia) dimostratasi incapace di prevedere alcunché. Vi ricordate la definizione di socialismo scientifico altezzosamente contrapposta alla progettualità libertaria? Cos’hanno di scientifico dogmi incontestabili, un profeta (Marx) che tutto ha visto e previsto, un apparato autoritario per cui la verità è appannaggio del segretario del partito del momento? Non scherziamo, la scienza è tutt’altra cosa ed è basata sul metodo. Questa parola, metodo, riveste un ruolo importante proprio nella pratica adottata dal movimento libertario: l’approccio scientifico è tipico del nostro mondo e faremmo bene a ricordarlo più spesso, in primis a noi stessi. Alla luce di queste considerazioni, è poi così sorprendente che le società costruite sull’ideologia marxista, prima di implodere proprio a causa della loro inefficienza economica (curioso, no?), abbiano dato vita ad alcune tra le peggiori dittature apparse sul pianeta?
Toni Iero

 

 

1 Robert Skidelsky, Perché gli economisti non hanno visto la recessione?, Il Sole 24 Ore, 7 agosto 2009

 

 

2 Ibid.

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